Quando un’azienda di materiali per l’edilizia parla di sostenibilità, il punto non è lo slogan ma il modo in cui ricerca, test e impianti lavorano insieme. Nel caso del GreenLab di Kerakoll, il tema è proprio questo: un centro di ricerca che unisce sviluppo di materiali, qualità dell’aria indoor, eco-design e riduzione degli impatti lungo il ciclo di vita dei prodotti. Qui chiarisco che cos’è, come funziona e perché interessa chi segue la transizione dell’edilizia in Italia.
I punti chiave da sapere sul GreenLab di Kerakoll
- È il centro di ricerca e sviluppo di Kerakoll a Sassuolo, dedicato ai materiali da costruzione sostenibili.
- Secondo l’ultimo report di sostenibilità disponibile, ospita 9 laboratori, oltre 120 ricercatori e più di 1.500 strumenti scientifici.
- L’edificio è pensato come esempio concreto di eco-design: energia autoprodotta, recupero e depurazione naturale dell’acqua piovana, attenzione alla qualità dell’aria interna.
- Il lavoro del centro incide su formulazioni, emissioni VOC, durabilità e certificazioni ambientali dei prodotti.
- Per progettisti e imprese, il valore non è simbolico: cambia il modo in cui si selezionano materiali e si impostano capitolati più coerenti con CAM, LEED e obiettivi ESG.
Che cos'è il GreenLab di Kerakoll e perché non è un semplice laboratorio
Io lo considero meno come un edificio aziendale e più come un’infrastruttura di innovazione. Il GreenLab di Kerakoll, inaugurato nel 2013 a Sassuolo, riunisce in un unico hub i laboratori scientifici del gruppo e concentra lì la ricerca sui materiali per l’edilizia, con un obiettivo molto preciso: ridurre l’impatto ambientale senza rinunciare a prestazioni, sicurezza e durata.
Questa distinzione conta, perché nella sostenibilità edilizia il laboratorio non serve solo a provare prodotti, ma a decidere come devono nascere. Se la ricerca parte già con criteri di salute, benessere e ciclo di vita del materiale, il risultato cambia: meno compromessi in cantiere, meno emissioni indesiderate, più coerenza tra progetto, produzione e uso reale. Da qui si capisce perché il passo successivo non è l’elenco delle tecnologie, ma il modo in cui l’edificio stesso è stato pensato.

Come è stato progettato per mettere la sostenibilità dentro l'edificio
Il dato interessante non è solo che il GreenLab “parla di sostenibilità”, ma che prova a dimostrarla con la struttura stessa. Nel report di sostenibilità Kerakoll lo descrive come uno dei primi edifici in Italia progettati e costruiti interamente con soluzioni eco-sostenibili. Tradotto in pratica: produce la propria energia, valorizza la luce naturale, raccoglie l’acqua piovana e la depura in modo naturale, oltre a puntare su un’elevata qualità dell’aria interna.
Per chi legge con occhio tecnico, qui c’è un messaggio chiaro: l’edificio diventa esso stesso un prototipo. Non è solo una sede “green” da visitare, ma un test vivo di quello che oggi chiameremmo eco-design applicato. Eco-design significa progettare tenendo conto dell’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita: materie prime, produzione, trasporto, uso e fine vita. È una logica che funziona davvero solo quando entra nelle decisioni concrete, non quando resta nel linguaggio di marca. E proprio su queste decisioni si basa il lavoro dei laboratori interni.
Cosa fanno davvero i laboratori interni
La parte più utile da capire è quella che spesso resta invisibile. Il GreenLab non è una vetrina, ma un sistema di ricerca con competenze diverse che lavorano insieme: chimica dei materiali, analisi strumentale, controllo qualità, emissioni indoor e prestazioni energetiche delle soluzioni costruttive.
| Area | Funzione | Perché conta |
|---|---|---|
| IAQ Lab | Studia le emissioni e la qualità dell’aria indoor, con camere VOC dedicate. | Aiuta a ridurre il rischio di materiali che incidono negativamente sugli ambienti interni. |
| KlimaRoom | Simula condizioni climatiche reali per misurare le prestazioni energetiche delle pareti. | Permette di valutare se una soluzione isola davvero, non solo sulla carta. |
| Basic Research Laboratory | Sviluppa conoscenza di base e nuove formulazioni. | È il punto da cui nascono materiali più stabili e più coerenti con i requisiti di progetto. |
| Instrumental Analysis Laboratory | Usa tecniche come diffrazione a raggi X, microscopia elettronica, spettrometria di massa e calorimetria. | Serve a studiare materiali riciclati o a basso impatto e a ottimizzare le formulazioni. |
| Controllo qualità | Monitora materie prime e prodotti finiti lungo la filiera. | Riduce la distanza tra il progetto del materiale e il comportamento reale in cantiere. |
Qui compaiono anche sigle che vale la pena tradurre subito: VOC indica i composti organici volatili, cioè sostanze che possono influire sulla qualità dell’aria, mentre IAQ significa Indoor Air Quality. In altre parole, il GreenLab non si limita a formulare materiali: prova anche a misurarne l’effetto sugli ambienti in cui vivremo davvero.
Secondo l’ultimo report di sostenibilità disponibile, il centro ospita 9 laboratori altamente specializzati, più di 120 ricercatori e oltre 1.500 strumenti scientifici; l’IAQ Lab dispone di 14 camere VOC operative e la KlimaRoom è indicata come la prima camera climatica in Europa sviluppata con l’Università di Modena e Reggio Emilia. Questi numeri non servono a fare impressione: servono a capire che la sostenibilità, quando è seria, richiede misurazione continua. E proprio la misurazione è ciò che rende credibile il passaggio alla parte più importante per il mercato: i materiali.
Perché incide sui materiali da costruzione e non solo sulla ricerca
Il valore del GreenLab non sta solo nella ricerca di base, ma nel fatto che quella ricerca scende poi nei prodotti. Qui entrano in gioco tre parole che, in edilizia, fanno davvero la differenza: formulazione, durabilità e impatto lungo il ciclo di vita.
Una formulazione più pulita non significa automaticamente un prodotto perfetto, ma può voler dire meno emissioni VOC, migliore qualità dell’aria indoor e minore dipendenza da materie prime ad alto impatto. La durabilità, invece, è spesso sottovalutata: un materiale che dura di più riduce rifacimenti, sprechi e costi ambientali indiretti. È qui che la logica LCA, cioè la Life Cycle Assessment, diventa utile: misura gli effetti ambientali complessivi di un prodotto, non solo la fase di produzione.
Kerakoll lega questo approccio anche a strumenti come EPD, cioè le Environmental Product Declarations, oltre a CAM e LEED, che per un progettista non sono sigle decorative ma criteri che influenzano il punteggio, la selezione dei prodotti e la conformità del progetto. In termini pratici, un laboratorio come il GreenLab facilita la nascita di soluzioni che possono essere più facilmente inserite in capitolati orientati alla sostenibilità, con dati tecnici più solidi e meno ambiguità sul reale comportamento dei materiali. E questo porta alla domanda che interessa davvero chi lavora sul campo: quando tutto ciò fa la differenza, e quando invece resta solo un racconto ben confezionato?
Cosa cambia per progettisti, imprese e chi ristruttura in Italia
Se devo essere netto, il GreenLab diventa utile quando il progetto ha bisogno di tre cose: controllo delle emissioni, coerenza ambientale e prestazioni verificabili. In una ristrutturazione residenziale, per esempio, il tema può essere la qualità dell’aria interna; in un edificio pubblico, il peso maggiore può cadere su CAM e certificazioni; in un cantiere industriale, invece, spesso contano di più resistenza, velocità di posa e affidabilità nel tempo.
Per questo io lo leggo come un riferimento operativo, non come un oggetto da ammirare a distanza. Chi progetta o acquista materiali dovrebbe chiedersi almeno questo:
- Il prodotto ha dati ambientali chiari, non solo dichiarazioni generiche?
- Le emissioni VOC sono misurate e documentate?
- La prestazione dichiarata tiene conto dell’uso reale o solo della scheda tecnica?
- Il materiale aiuta davvero a migliorare la qualità indoor e non sposta il problema altrove?
- La filiera è compatibile con obiettivi di cantiere più sostenibili, anche in termini di logistica e manutenzione?
Il limite, però, va detto con onestà: nessun laboratorio rende automaticamente sostenibile un prodotto in ogni contesto. Un materiale eccellente sulla carta può perdere valore se viene scelto male, applicato peggio o inserito in un sistema costruttivo incoerente. La sostenibilità, in edilizia, è quasi sempre sistemica: materiale, posa, manutenzione e fine vita contano insieme. E proprio questa lettura più ampia è il punto che il GreenLab rende più evidente.
Il segnale più utile da portare a casa dal GreenLab
Il messaggio che trovo più interessante è semplice: la sostenibilità nell’edilizia non funziona quando resta una promessa di marketing, funziona quando diventa infrastruttura, metodo e misurazione. Il GreenLab di Kerakoll mostra esattamente questo passaggio: dall’idea di prodotto sostenibile a un sistema di ricerca che lega persone, ambiente e prestazioni tecniche.
Per chi segue innovazione e sostenibilità in Italia, il caso è utile anche per un altro motivo. Dimostra che l’ecosistema industriale può investire in centri R&D progettati come modelli di transizione, non solo come uffici avanzati. E quando un edificio di ricerca produce energia, gestisce l’acqua piovana, controlla l’aria interna e sviluppa materiali più misurabili, il suo valore supera la singola azienda: diventa un riferimento per tutta la filiera.
Se il GreenLab merita attenzione, è proprio perché non promette una sostenibilità astratta. La rende leggibile, testabile e applicabile, ed è questo il livello a cui oggi conviene guardare quando si parla di materiali da costruzione davvero compatibili con il futuro.